The Mandalorian, Una Storia che funziona

The Mandalorian ,una storia che funziona… non lo avrei mai detto.

Io detesto le serie televisive. Detesto la serializzazione, la trasformazione in reality, i remake, i reboot, i sequel e i prequel e tutto l’armamentario che da vent’anni a questa parte sembra essere diventata la forma predominante (forse anche l’unica) di espressività artistica, in questo stanco clima da fine Impero d’Occidente. La serata, però, non era quella giusta. Ero cotto; il Saggio sulla Libertà (che tanto farebbe bene all’emergente Impero dell’Est) mi guardava di traverso dal comodino mentre, acceso il computer, alzavo bandiera bianca. Finalmente avrei soddisfatto il tarlo che mi rodeva da mesi, ovvero, cosa diamine ci fosse dietro quel bannerone monocromatico color ruggine, con una specie di Boba Fett con fucilone e la scritta “The Mandalorian”.

Una minuziosa disamina

La genesi di questo tarlo ha radici profonde. Come tanti appassionati “storici” (cioè ormai con un piede nella fossa) di Star Wars, la notizia dell’ingresso di Disney nell’universo di Dart Fener mi aveva un po’ fatto sentire come il pianeta Alderaan dopo il click ordinato da Wilhuff Tarkin. L’ultima trilogia non ha affatto contribuito a migliorare il mio umore in merito. Perciò la vista del bannerone che preannunciava una serie spin-off di Star Wars mi aveva fatto reagire in malomodo : mi sono figurato il marchio spremuto come un limone. Il cervello umano, però, è costruito male; gli impulsi arrivano prima alla parte emotiva e rettile del cervello, ragion per cui un libro con una bella grafica merita senz’altro uno sguardo alla quarta di copertina e il Boba Fett col fucilone prometteva bene. E così…

La fatale capitolazione

…Mi sono spazzolato la serie in due serate. È stata una sorpresa, devo ammetterlo: The Mandalorian è una storia che funziona. Anzi, alla fine della visione ho concluso che sia la cosa migliore di Star Wars assieme alla trilogia originale. Non voglio dilungarmi sui particolari della storia, già ampiamente trattati su internet da chiunque e riesumati anche di recente, dato che il 30 di Ottobre inizierà ad andare in onda la seconda serie (giuro, lo ho scoperto dopo).

The Mandalorian funziona, ma perchè?

Primo, è basato su un archetipo solido.

Va a questo punto fatto un distinguo tra l’utilizzo di un archetipo e il remake-reboot-prequel-sequel. Nel primo caso ci si appoggia su un canone narrativo e si tira fuori qualcosa di originale. Ulisse e Sindbad il Marinaio poggiano sullo stesso archetipo, ma nessuno si sognerebbe di dire che Sindbad è un riciclone. The Mandalorian fa uso de “L’Uomo Senza Nome” di Leoniana memoria. Lo fa a tal punto che l’attore protagonista ha dichiarato di essersi studiato dettagliatamente tutti i film western di Clint Eastwood per capire come interpretare meglio il suo Din Djarin. Ci è riuscito talmente bene che, nell’unico momento della serie in cui si toglie l’elmo, ci si aspetta di vedere la faccia sardonica del vecchio Clint che sbuca fuori.

E l’Uomo Senza Nome funziona sempre.

Secondo, non hanno voluto strafare.

Gli effetti speciali ci sono ma non sono la macchina da guerra che ormai è diventata la Lucasfilm. I Personaggi sono ben delineati e nessuno si trasforma in pochissimo tempo in un combattente esperto o altre stramberie consimili. Il “bambino”, incredibile ma vero, fa il bambino, e non l’adulto in miniatura. Il protagonista cambia la sua vita dopo l’incontro con il “bambino”, ma resta un genitore che fa molti errori. La trama procede a ritmo costante e logico, e non in un turbinio epilettico come in “L’Ascesa di Skywalker. Pochi artifici tecnici per lasciare posto allo svolgimento della storia. In più la colonna sonora è pregevole e i disegni in sequenza mostrati alla fine di ogni serie meritano l’acquisto immediato dell’art book.

Terzo, ha una buona idea di ambientazione.

Si sgancia dallo schema rigido della Saga degli Skywalker; se vogliamo, la scelta è ovvia dato che parliamo di uno spin-off. Di fatto però la vicenda è collocata dentro uno sfondo anonimo: ambientarla ai tempi del selvaggio West o in un universo fantasy l’avrebbe intaccata poco, se non, forse, nei riferimenti impliciti del “bambino”. Ciò ne dimostra la validità e ci fa passare direttamente al…

Quarto, ha tematiche trattate con la giusta misura.

Non viene imposta una visione delle cose, sta allo spettatore ricavarla da ciò che vede: alleluja! Il droide è buono o cattivo? Il rapporto con la tecnologia è sano o bacato all’origine? Il genitore Mandaloriano fa bene o è un pessimo educatore? L’Impero era peggio della Nuova Repubblica? La risposta non viene data.

Conclusioni

E a proposito di Impero e Nuova Repubblica, qui emerge il lato amaro e nichilista della scelta dell’archetipo, in nettissimo contrasto con le figure canoniche della saga. l’Uomo senza nome si scontra con i prepotenti del calibro dei Rojo e dei Baxter, ma deve piegarsi al vero “potere forte”, che nel Western è in genere rappresentato dalla ferrovia nordista (C’era una volta il West, ma anche Rango, per dire). Allo stesso modo, il valente Mandaloriano si tiene fondamentalmente ai margini delle grandi contese Impero-Repubblica: vive in una terra di confine, dove le due entità sono lontane e affannate in dispute più grandi di lui, dispute che forse ha rinunciato a comprendere e a raddrizzare. Anche in questo caso, però, sta a voi giudicare le sue scelte.

E comunque, sì, la distruzione di Alderaan dei Gem Boy era notevole

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