Devo entrare dentro il dungeon. Ho due scarselle agganciate alla cintura: in una c’è l’acciarino, nell’altra erbe curative. Ho appesi degli arnesi da scasso e un sacchetto delle monete, vuoto: con un po’ di fortuna lo riempirò strada facendo.

Sono una persona meticolosa, controllo sempre ogni cosa. Soprattutto quando in gioco c’è la mia pelle. A tracolla ho un rampino attaccato ad una corda robusta ma sottile, mi sono costati una fortuna. La spada è affilata e riposa nel fodero. Posso entrare.

La Ricerca

Ho un compito da portare a termine ovviamente: recuperare un amuleto. No, forse un prigioniero. Non saprei dire bene, i contorni delle cose sfumano e diventano labili nella mia testa. Ah, giusto, devo uccidere il Signore di questo luogo. In effetti devo sempre uccidere un Signore del luogo, anche se l’obiettivo è recuperare un amuleto o un prigioniero; alla fine il Signore del luogo c’è sempre. Perché c’è sempre un nuovo compito che accetto.

Sarete indotti a pensare che io sia un mercenario, ma questa è un’immagine di me che si ferma alla superficie delle cose: senz’altro sono una persona che viene ricompensata per un incarico, devo pur mangiare. Ma il punto è che accetto l’incarico, non il compenso. Mi faccio pagare il giusto per il rischio che corro: ai ricchi chiedo più che ai poveri e quindi sì, se lo volete sapere accetto anche incarichi da contadini morti di fame. Quello che accumulo lo spendo, dato che diventare ricco sarebbe la premessa per ritirarmi dal mestiere. Io invece vivo per ricevere incarichi.

Potreste allora ipotizzare che io sia un avventuriero. Ho iniziato il mestiere da giovanissimo e all’inizio credevo anch’io che la mia fosse sete di avventure. Gli anni però sono scivolati via e in realtà mi sono accorto che, malgrado l’avventura mi affascini, non era quello il movente del mio vagabondare; continuavo ad accettare incarichi perché è l’incarico che mi permette di tornare tutte le volte qui, all’ingresso di un dungeon.

Insomma, devo entrare in un dungeon: il nodo è questo. È una necessità, come mangiare o fare l’amore; non posso eludere a lungo questo momento.

Se adesso state quindi pensando di avere a che fare con una sorta di mago-guerriero che ha letto troppi libri di filosofia, vi dirò immediatamente che no, io sono il giocatore. Non un avventore di qualche oscura taverna dell’Impero, sono proprio il giocatore. Quello che sta dietro al Personaggio. Non vi ho preso in giro finora: è infatti vero che ho iniziato le mie avventure da giovane, come è vero che esse vivono di incarichi. Quest, le chiamano. È anche vero che addosso ho un acciarino, delle erbe curative, gli arnesi da scasso e la corda col rampino che sono costati un sacco di soldi. O almeno, le ha addosso il mio medium, e prima che sorridiate sappiate che per comprarli ho dovuto sudarmi le monete d’oro necessarie dentro oscuri e puzzolenti sotterranei.

Obiettate che è tutto per finta? Ve lo concedo, ma solo fino ad un certo punto. Perché io sono qui, metafisicamente, davanti all’ingresso di una caverna che sembra volermi ingoiare nella sua oscurità e il punto è proprio che sento il bisogno di vivere e rivivere questa situazione.

Perciò la domanda è: perché. Perché non riesco a stare troppo tempo lontano dalla bocca di un dungeon.

Dita fredde sfiorano la mia schiena quando mi rendo conto che questa non sarà la solita missione e non basteranno i miei riflessi, o meglio quelli del mio medium, per schivare le trappole che proporrà questo sotterraneo.

Slaccio la cintura d’arme e la spada cade con clangore. So che la via è sgombra da nemici. Mi attende solo lui, il Signore del luogo. Nessun metallo può scalfirlo.

Entro.

Dentro il Dungeon

Fa freddo e non si vede nulla. A tentoni cerco una torcia che so perfettamente che troverò in quella posizione e la accendo: non ho molta scelta, un budello di tufo va avanti fino al confine della luce emanata dalla fiaccola. Avanzo con cautela mentre la pietra naturale lascia progressivamente il posto a quella sgrezzata da mani forse umane. Un fremito mi percorre, ma non so dire se a causa della temperatura o per via che l’aria sembra fluttuare come un immenso respiro; qualche sibilo e un gocciolio costante sono i miei unici compagni.

Il Dungeon, dongione, derivato della lingua antica Dominus, rappresentava la residenza fortificata del Signore del Luogo.

Malgrado qualche svolta, il percorso procede in una sola direzione. Un labirinto? Di solito nelle missioni mi capita spesso di trovarmi di fronte a dei bivi, alla scelta di quale strada imboccare. La porta in fondo o le scale a sinistra? Il sentiero verso la rocca abbarbicata sul monte o quello verso una poco promettente selva? Salvare l’ostaggio o recuperare l’artefatto? Incertezza. Possibilità. Futuri diversi. Ma è davvero così? Non si tratta magari di una storia precostituita, nella quale io, Personaggio o Giocatore, procedo cercando l’unico true path che mi consenta di arrivare in fondo, davanti al Signore del luogo? O ancor peggio, un inganno, pensare che l’immaginazione costruisca un campo d’azione illimitato, luogo in cui si svolge una trama costruita ad arte per illudermi che non esista il binario entro il quale devo muovermi?

Clunk.

Trappole

Una trappola! Un (d)rift si apre sotto i miei piedi. La diegesi è mutevole e può abolire la regola 0 del Master (Signore). Se la storia non ha un’unica mente a fare da impulso, può rompere l’inganno?

Mi sovviene una formula magica: Jo Hai Kyu. Levito e riesco a superare il baratro. E va bene, è vero, sono anche una sorta di mago-guerriero che ha letto troppi libri di filosofia.

La frase rituale richiama gli insegnamenti di un antico mago chiamato Aristotele. Il cui nome, peraltro, significa “il miglior fine”, in senso teleologico, appunto. La storia, dopo l’incipit, può svilupparsi anche senza schema, in modo anarchico, ma raggiunge un fine/finale, raggiunge il Signore del Luogo che rappresenta il climax, l’atto risolutorio o fine ultimo verso il quale anch’io sto consapevolmente procedendo.

Tzangh!

Una lancia viene scagliata dal fondo del crepaccio che a fatica sto superando: una trappola nella trappola! Il dardo sfiora il mio petto dal basso verso l’alto e va a sfracellarsi contro la volta in ombra del corridoio. Purtroppo, per evitare il congegno, ho perso la concentrazione e ora precipito verso il fondo della voragine.

Lancio il mio rampino. I suoi uncini si agganciano al bordo del crepaccio evitandomi una caduta nel buio per chissà quanto ancora. Inizio a risalire. Non mi faccio mica fregare da chi, come ultima risposta, avrà sempre un “fine ultimo incomprensibile” da proporre, in nome del quale ordinare le cose.

Mi sono lasciato la voragine alle spalle e procedo lungo questo Dedalo. Non è un caso, forse, che alla genia dell’antico mago appartenga anche l’Architetto del labirinto. Il che ci riporta al dungeon che sto attraversando. Sfrondato dei bivi si risale alla sua vera essenza, quella più antica, il labirinto unicursale. Labirinto come viaggio, che ha una partenza e una destinazione, come percorso di iniziazione. Ma labirinto deriva anche da Labrys, l’ascia bipenne minoica, che è anche il simbolo dell’apparato femminile. Un uomo nasce all’interno dell’utero e poi ne esce, mentre ora sono partito dall’esterno per tornare all’interno, alla ricerca dell’origine del problema.

La fine della Ricerca

Sono vicino, lo sento. Vicino alla fine di questo viaggio. Ancora una svolta. Una sola svolta è quella che doveva percorrere il fedele Sumero nei tipici templi a forma di L, in fondo al quale era presente il Sancta sanctorum: una sorta di labirinto in nuce. Anche gli Egiziani avevano iniziato a costruire templi con una cella sacra e praticamente inaccessibile. Perché questa necessità di rinchiudere il divino, ad un certo punto della nostra Storia? Di solito si rinchiude qualcosa di cui si ha paura, che può nuocere…

…come il Minotauro. Ci siamo. Mi fissa con grandi occhi neri sommersi da una montagna di muscoli bruni che si sollevano al ritmo del suo profondo respiro, lo stesso che anima la sala e il sotterraneo che ho percorso. Lui è la risposta alla domanda perché devo continuare a ripresentarmi all’entrata del dungeon.

È la sublimazione della sfida che devo compiere tra il mio lato animale e quello umano, tra terreno e spirituale, tra bene e male, la lotta di luce e buio che anima le cose umane. Le tenebre sono spesse come lo sguardo del Minotauro, e rischiano di ingoiarsi la traballante luce della mia torcia, ma la lotta va compiuta giorno dopo giorno, azione dopo azione, a volte venendo sconfitti e cedendo, a volte vincendo a prezzo di enormi sacrifici. È un lavoro, quello su se stessi, continuo, mai finito e dall’esito incerto. Con buona pace di Aristotele.

E allora, prepariamoci alla battaglia, io non voglio cedere.

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